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20 Set 2017

In ufficio alzatevi dalla sedia almeno ogni mezz’ora

C’e più a lungo suggerito dalla scienza: alzarsi dalla sedia almeno ogni mezz’ora (purché, beninteso, la destinazione non sia ogni volta il frigorifero). Lo suggerisce uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine da otto ricercatori in medicina di sei diverse università statunitensi, che ha misurato per una settimana – tramite accelerometri fissati alla cintura – l’attività fisica di 7.985 soggetti over 45, verificandone, dopo quattro anni, il tasso di mortalità e mettendolo in relazione con la propensione al movimento. Risultato: sia la somma totale di ore da seduti che la scarsità di interruzioni risultano associate a maggiori probabilità di un decesso prematuro.

“Gli individui che rimangono seduti per meno di 30 minuti di seguito, hanno un rischio di morte inferiore a chi siede più a lungo – spiega Keith Diaz, ricercatore in cardiologia alla Columbia University e autore principale dello studio. – In particolare chi, per almeno due terzi del suo tempo in ufficio, si alza ogni mezz’ora ha un rischio di morte del 55% inferiore a chi si alza con meno frequenza. Il momento in cui il rischio di morte inizia a salire con più decisione è intorno ai 10 minuti, quindi chi avesse la possibilità di alzarsi ogni dieci minuti senza troppi danni alla produttività potrebbe in teoria ottenere il massimo beneficio”.

Fonte:
http://www.repubblica.it/salute/forma-e-bellezza/2017/09/19/news/in_ufficio_alzatevi_dalla_sediaalmeno_ogni_ezz_ora-175896823/

15 Giu 2017

Celiachia, una ricerca statunitense apre ai vaccini

Secondo uno studio condotto su topi da alcuni ricercatori delle Università di Chicago e Pittsburgh, la celiachia potrebbe essere causata da virus generalmente innocui e asintomatici, i reovirus, che possono innescare la risposta immunitaria al glutine, e quindi la malattia celiaca. Questo ruolo dei virus nello sviluppo di malattie autoimmuni apre la possibilità che in futuro possano essere usati vaccini per prevenire questo tipo di malattie, non solo la celiachia ma anche il diabete di tipo 1.

Lo studio, pubblicato dalla rivista Science, dimostra che i virus intestinali possono indurre il sistema immunitario a reagire in modo eccessivo al glutine e innescare lo sviluppo della celiachia. I ricercatori hanno utilizzato due ceppi di reovirus, verificando come le loro differenze genetiche possono cambiare il modo in cui interagiscono con il sistema immunitario. Entrambi i ceppi di reovirus hanno indotto un’immunità protettiva e non hanno causato disturbi evidenti. Uno dei due reovirus, però, ha innescato una risposta immunitaria infiammatoria e la perdita di tolleranza al glutine, mentre l’altro ceppo, strettamente correlato al primo ma geneticamente diverso, non l’ha fatto. Lo studio ha anche rilevato che i pazienti celiaci hanno livelli di anticorpi contro i reovirus molto più alti rispetto ai non celiaci. Questo fatto suggerisce l’ipotesi che l’infezione causata da un reovirus possa lasciare un segno permanente sul sistema immunitario, ponendo le basi per una successiva risposta autoimmune al glutine.

“Durante il primo anno di vita, il sistema immunitario è ancora in fase di maturazione e se un bambino con un determinato background genetico viene infettato da un particolare virus in quella fase, ciò può determinare una sorta di ‘cicatrice’ nel sistema immunitario, che avrà conseguenze nel lungo termine”, spiega Bana Jabri, coautrice dello studio. “Per questo riteniamo che, nel momento in cui disporremo di maggiori studi, potremmo pensare di vaccinare i bambini ad alto rischio di sviluppare la malattia celiaca.” Negli Stati Uniti, affermano gli autori dello studio, la celiachia colpisce una persona su 133, anche se si ritiene che solo nel 17% dei casi la malattia sia stata diagnosticata. Secondo l’ultima Relazione annuale al parlamento del ministero della Salute pubblicata nel dicembre 2016, in Italia la celiachia, che è l’intolleranza alimentare più frequente, colpisce circa l’1% della popolazione, in linea con la percentuale mondiale. È stato calcolato che nella popolazione italiana il numero teorico di celiaci si aggiri intorno ai 600 mila, contro i quasi 183 mila ad oggi diagnosticati.

(fonte: ilfattoalimentare.it)

15 Giu 2017

Da quando alle donne è “richiesto” di depilarsi?

Negli anni ’20 era un’eccezione, trent’anni dopo un imperativo: la storia di come le industrie della cosmesi e della moda resero poco accettabile scoprire gambe e ascelle non perfettamente lisce.

Nel 1920 a Lawrence, in Kansas, il caso di una donna che si era tagliata con un rasoio nel tentativo di depilarsi le gambe finì sui giornali. Trent’anni dopo, quegli stessi giornali erano tappezzati di pubblicità di lamette e creme depilatorie femminili, e sfoggiare gambe e ascelle al naturale era ormai considerato poco consono.

Che cosa accadde, nel mezzo? Come si passò da un estremo all’altro? Secondo alcune ricerche questa rivoluzione di costume sarebbe da attribuire a due fattori: l’evoluzione della moda e la potenza della pubblicità.

TUTTE COPERTE – Nei primi anni del ‘900 le donne, semplicemente, non avevano bisogno di pensare ad avere gambe o ascelle lisce. Gli abiti dell’epoca – accollati, a maniche lunghe e con gonne alle caviglie – di rado lasciavano qualcosa di scoperto, e prima del 1910 la depilazione era appannaggio di attrici e ballerine, o praticata per gli interventi chirurgici.

LISCE SUL VOLTO – Secondo Christine Hope, una storica che si è occupata di questo tema studiando riviste e manuali estetici del tempo, una certa avversione per i peli esisteva già, ma ad essere presi di mira erano quelli del viso, del collo e degli avambracci – gli unici a non essere coperti da tessuto. COME DEE. Le cose cambiarono, negli Stati Uniti, a partire dal 1915, quando sulla rivista di moda Harper’s Bazaar iniziarono a comparire pubblicità che mostravano disegni di donne con ascelle implumi (in genere per commercializzare creme depilatorie). La nuova moda prevedeva abiti senza maniche ispirati a quelli delle statue greche e romane, e le braccia femminili iniziavano ad uscire allo scoperto. Il tono degli annunci era piuttosto direttivo e, più che suggerire, diceva alle donne quale trend seguire: “La donna di moda dice che il sottobraccia deve essere liscio come il viso”.

LISCE D’ESTATE – Nel frattempo, la tecnologia aveva fatto passi in avanti, con l’invenzione dei rasoi di sicurezza con lame intercambiabili (1901) e delle creme depilatorie istantanee (1919). Gli anni ’20 videro un progressivo innalzamento degli orli. Le pubblicità sempre più spesso menzionavano la necessità di avere gambe lisce (il 66% tra quelle su Harper’s Bazaar, secondo le ricerche della Hope) anche se di rado ne facevano l’unico target. In ogni caso si trattava di annunci stagionali, concentrati da aprile a settembre. All’epoca, la depilazione era soprattutto relegata ai mesi estivi, in cui ci si scopriva di più.

LISCE PER FORZA – Negli anni ’40, la depilazione era ormai divenuta la norma. Il 56% degli annunci su Harper’s Bazar era ormai focalizzato unicamente su prodotti per la depilazione delle gambe, e il tono per chi non si adeguava alle “regole” si era ormai fatto quasi di biasimo. Una pubblicità del 1939 recitava: “Le calze alle caviglie al campus vanno bene, le gambe pelose no”. Alle fine degli anni ’50, la trasformazione era completa. Nel 1964, il 98% delle donne americane tra i 15 e i 44 anni dichiarava di essersi depilata almeno una parte del corpo.

COSÌ FAN TUTTE (O QUASI) – In Italia, la moda di depilarsi le ascelle arrivò verso la fine degli anni ’70, sulla scorta di quanto avveniva già da un decennio negli USA, e passando attraverso la moda della vicina Francia, dove attrici come Brigitte Bardot davano l’esempio.

(fonte Focus.it)

15 Giu 2017

Rivoluzione Baby Care: il ruolo delle nuove tecnologie digitali

Specializzazione e innovazione sono due fattori predominanti nelle scelte dei consumatori nel settore del Baby Care, in cui rientrano tutti i prodotti pensati per la cura e il benessere del bambino, quali abbigliamento, accessori, cibo e prodotti per l’igiene.

Il mercato, da sempre altamente competitivo, si scontra oggi con un deciso calo delle nascite. Nonostante la Banca Mondiale attesti un calo del tasso di natalità del 45% tra il 1960 ed il 2013, il Baby Care rappresenta un ambito dal notevole potenziale, specialmente se si considerano possibili integrazioni tra prodotti tradizionali e le più recenti tecnologie digitali. Il mercato del cosiddetto Baby Tech, segmento che integra servizi e prodotti per i nuovi nati, sta infatti crescendo in maniera esponenziale, specialmente negli Stati Uniti dove, a fronte di 4 milioni di nascite, vengono spesi in media 23 miliardi di dollari per prodotti legati alla cura del bambino. La salute, il comfort, lo sviluppo cognitivo e la sicurezza dei più piccoli sono dunque al centro di prodotti sempre più all’avanguardia.

Per la prima volta quest’anno, l’evento CES di Las Vegas (la più importante fiera di elettronica di consumo al mondo) ha istituito il Baby Technology Awards, che vede tra i vincitori un “calzino intelligente” per il monitoraggio dei parametri del bambino, un fasciatoio touchscreen e una lampadina dotata di microfono per registrare il pianto del neonato. In questa direzione si muove anche Chicco, il brand dedicato al mondo del bambino a 360°, che, con IBM, il 3 e 4 dicembre promuove un hackathoncon focus sul Baby Care presso gli spazi di Talent Garden Calabiana. Designer, developer, marketer e maker sono chiamati a sviluppare idee e creare prototipi che sfruttino i vantaggi della nuova sensoristica miniaturizzata, integrando tecnologie IOT a prodotti esistenti.

I partecipanti avranno a disposizione anche un laboratorio di fabbricazione digitale, TheFabLab, per dare vita alle proprie idee. L’Internet of Things promette dunque di affiancare e aiutare i genitori nell’accudimento dei propri bambini sin dai primi giorni di vita.